PROBABILI ORIGINI DEI VITIGNI VALDOSTANI
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Per i vitienofili
Tutto il materiale presentato è tratto dal libro
"Vini e vitigni autoctoni della Valle d'Aosta"
di Giulio Moriondo, edizione IAR, Tipografia Duc, Aosta, e dall'opuscolo "Ricerca a memoria d'uomo, della tecnica e del linguaggio viticolo-enologico in centri rappresentativi del Piemonte e della Valle d'Aosta: Nus", Associazione Museo dell'Agricoltura del Piemonte, Tipografia Duc, Aosta.

 
Probabili origini e storia dei vitigni valdostani
Il territorio valdostano coltivato a vite giace quasi interamente nella vallata centrale, percorsa dalla Dora Baltea, e si estende sulle pendici pedemontane che corrono da Pont-Saint-Martin a Morgex, interessando maggiormente le coste soleggiate della sinistra orografica.
Nel XX secolo la superficie viticola della Valle d'Aosta ha subìto un forte regresso e attualmente raggiunge a stento i 500 ettari; alcune testimonianze documentano che sul finire dell'800 tale superficie era almeno sei volte superiore (tra 3000 e 4000 ettari), altri scritti riferiscono che, fino a tutta la prima metà dell'800, la vite era coltivata in 41 comuni, su 73 costituenti allora la provincia di Aosta,  e in una ventina di questi il vino costituiva la principale fonte di reddito per le famiglie contadine.
In verità le tradizioni viticole della Valle d'Aosta affondano radici ben più profonde nella storia e datano con certezza di almeno duemila anni: alcuni scrittori latini (tra i quali Giulio Cesare, De Bello Gallico e Plinio, Naturalis Historia) testimoniano l'esistenza di una florida attività viticola durante il dominio dei Romani nella Vallis Augustana.

Purtroppo non disponiamo di informazioni sicure o attendibili risalenti all'epoca preromana: forse i Salassi, antico popolo di abitanti della Valle, conoscevano la pianta della vite, ma non è certo che essi conoscessero anche l'ars agraria della viticoltura e della fabbricazione del vino, prima dell'avvento dei Romani (metà II secolo a.C.).
La definitiva conquista romana della Valle d'Aosta, siglata il 25 a.C. con la fondazione di Augusta Praetoria (l'odierna Aosta), portò all'insediamento di 3000 pretoriani su tutto il territorio, finalizzato alla colonizzazione delle terre. E' plausibile quindi ipotizzare una romanizzazione del territorio, non solo dal punto di vista socio-culturale, ma anche agricolo ampelografico-viticolo; è lecito inoltre immaginare quali pratiche agronomiche furono introdotte e adottate dagli agricolae di quelle epoche lontane - viti maritate a sostegni arborei o alberate romane - ma non ci è dato conoscere quali vitigni essi posero in coltura.
Si deve inoltre ricordare che, durante e dopo la caduta dell'Impero romano, la viticoltura locale cadde più volte in abbandono, in seguito all'imposizione del veto di Domiziano, fine I e II secolo d.C., o a lunghi periodi di carestie, causate dalle invasioni di Barbari, V secolo d.C. e seguenti, e dei Saraceni, fine X secolo d.C.
E' lecito quindi chiedersi a che cosa sia andato incontro quell'antico patrimonio varietale, nei periodi che seguirono di spopolamento delle campagne. Sicuramente le varietà di vite messe in coltura dai pretoriani romani si inselvatichirono e presto si intristirono, non più accudite dal loro fedele compagno, ma probabilmente riuscirono a mantenere sufficiente vitalità, conservando nel proprio corredo cromosomico tutto il potenziale agronomico, viticolo ed enologico sfruttabile dall'uomo.
Abbandonate a loro stesse, solo quelle viti adattatesi ai siti maggiormente vocati resistettero, a fianco di altre specie vegetali rampicanti, arbustive o arboree, parimenti competitive nei selettivi ambienti pedemontani della vallata centrale.
Probabilmente le medesime viti superstiti giunsero finanche a perpetuare la propria specie, producendo frutti non più raccolti dall'uomo e originando nuovi biotipi e varietà, tramite ripetute riproduzioni da seme.
Anche quest'ipotesi, accreditata dal Gatta, prevede una susseguente e forte pressione selettiva dell'ambiente sulle delicate piantine nate da seme.
In ogni caso, fu questo il patrimonio ereditato dai campagnards tornati alla coltura nelle epoche successive agli abbandoni; ed essi moltiplicarono per via vegetativa le piante superstiti, sia quelle dai caratteri genetici immutati nel tempo sia quelle dal genotipo rimaneggiato, in seguito ai fenomeni della riproduzione sessuale.
Quei campagnards medievali dovettero quindi svolgere un'operosa attività di recupero varietale, attuando in un primo tempo una semplice raccolta e propagazione delle piante sopravvissute nei differenti ambienti viticoli incolti.
In seguito essi propagarono le viti dotate delle migliori attitudini colturali ed enologiche, evidentemente a scapito di altre di minor qualità.
Iniziò allora un attento e rigoroso intervento, perpetuato nei secoli, volto alla ricerca e all'utilizzo di uve produttrici di vini che appagassero le semplici richieste alimentari del contadino, ma anche e sempre più rispondessero ai raffinati gusti dei nobili dei Casati e delle Signorie che si andavano affermando.
Questa risorsa genetica è giunta a noi, depositata presso i vitigni autoctoni, e la parte più antica di essa costituirebbe un diretto e vitale legame con i  viticoltori del passato, forse addirittura con gli agricolae romani; un'altra parte del patrimonio varietale valdostano potrebbe essere rappresentata da quelle piante nate spontaneamente, da semi qua e là prodotti dalle medesime varietà prima coltivate e poi abbandonate. Anche questo materiale genetico quindi, sarebbe altrettanto antico, benché rimescolato geneticamente e più volte passato attraverso le fitte maglie del filtro della selezione naturale e dell'uomo.
Infine la parte più recente, quella dei cosiddetti vitigni tradizionali, è stata introdotta in Valle durante i Regni di Borgogna e dei Franchi (dal VI al X d. C.) e poi, forse, sotto i Savoia (a partire dall'XI secolo). Questo materiale sarebbe quindi poco più e poco meno che millenario (Pinot gris-Malvoisie, Moscato bianco-Muscat de Chambave, Freisa-Fresia, Nebbiolo-Picoutendro, Neretto-Neyret).
In seguito, regnando la casa Savoia, forse nessun'altra varietà di vite è stata importata, fino a quando, in seguito alle tragiche vicissitudini di quel periodo che portarono alla decimazione della popolazione (guerre ed epidemie XVI d.C.; peste e carestie XVII dC.), sul finire del 1700 furono introdotti alcuni vitigni di esplicita provenienza piemontese: Monferrin e Monferrà (forse Dolcetto e Barbera rispettivamente).
Nel secolo XIX, o forse precedentemente, anche alcune viti valdostane valicarono i confini regionali e giunsero nel vicino Vallese; tra queste possono essere noverate le più diffuse ed affermate oggi in Valle: Petit rouge (che ivi assunse il nome di Plant d'Aoste), Vien de Nus (ivi Rouge de Fully o Durize), Priè (ivi Prì o Bernarde) e Cornalin (ivi Humagne rouge).
Sul finire dell'800, in seguito alla comparsa dell'oidio, della peronospora e della fillossera (oidio 1848, peronospora 1886, fillossera 1896 e decenni seguenti) si fece consistente l'introduzione di vitigni piemontesi e francesi; dal Piemonte si importarono viti innestate di Barbera, Dolcetto, Grignolino e Bonarda; dalla Francia si introdussero, più che altro a titolo sperimentale, il Pinot nero, il Gamay, la Syrah, i Cabernets, il Sauvignon, ecc.
Quest'invasione di varietà alloctone ebbe immediate ripercussioni sul plurisecolare, o meglio millenario, patrimonio viticolo valdostano, gran parte del quale, nell'arco di pochi decenni, venne abbandonato da masse di viticoltori.
Così qualche vitigno andò perduto (Persagn, Cugnet, Pertenzi, Blanc comun), ed oggi si dispone solo di qualche notizia  indiretta, tramandataci da alcuni studiosi dell' 800.
Altri vitigni, di grande interesse anche dal punto di vista enologico, stanno rischiando fortemente l'estinzione e sopravvivono in poche unità (Vuillermin, Crovassa, Roussin de Morgex), in poche centinaia (Mayolet, Cornalin, Bonda, Ner d'Ala, Roussin) o al più, in poche migliaia di individui (Fumin, Premetta), gelosamente e preziosamente custoditi da fedeli vignerons.
Pochi vitigni infine, hanno superato in gran copia di individui l'avvento delle fitopatie del secolo scorso (Petit rouge, Vien de Nus, Prié, ma qualche loro biotipo è diventato ora piuttosto raro (Petit rouge-Oriou picciou, Petit rouge-Oriou gris; Vien de Nus-Oriou gros, Prié-Blanc de Morgex.
I vignerons del periodo postfillosserico mirarono di preferenza alla propagazione dei biotipi più produttivi, inevitabilmente meno adatti alla produzione di vino, ed accantonarono intenzionalmente quelli più capricciosi, meno produttivi, ma dalle ottime attitudini enologiche: essi volevano semplicemente assicurarsi una produzione di vino costante, e possibilmente abbondante!
Ma facciamo ancora qualche passo nel 1800; giacchè le notizie da questo secolo ci giungono copiose, vale la pena di spendere qualche parola, per conoscere le forme di allevamento adottate per educare le viti autoctone; ancora Gatta ci informa: «In molti vigneti di Ciambava, Nusso, Aosta, Sarre e San Pietro essa non è guari alta più di un palmo, e disponesi a filari ossiano spalliere assai soleggiate, ed anche su pergolette, che sono pur comuni».
A pergola o a spalliera erano dunque i sistemi di allevamento utilizzati dai vignerons di allora, con ceppi molto bassi, qualche decimetro appena dal terreno; abbastanza diffusa, soprattutto nel centro Valle, pare fosse anche la coltivazione ad alberello - o a piquet - con viti isolate.
Le produzioni di uva erano di conseguenza molto variabili: convertendo i dati statistico-economici offerti da Gatta per quanto riguarda la Valle superiore, le rese per ettaro differivano enormemente, variando da 13 ettolitri a 210 ettolitri circa, con una media di 66 ettolitri per ettaro.
Le misure agrarie utilizzate dai contadini di queste zone erano la tesa e la quartanata; 100 tese corrispondevano ad una quartanata ed una quartanata corrispondeva a circa 350 metri quadrati. Il vino invece si misurava a terzeruole  (pari a litri 1,850), a barili (litri 46,23) ed a salme (litri 92,5).
La coltivazione della vite doveva essere davvero molto importante agli inizi del 1800; il Gatta, rapito dalle bellezze del paesaggio e dai pendii modellati dall'uomo, si espresse con queste parole: «Bello e meraviglioso è ad un tempo il vedere come ogni poggio, ogni colle, ogni china di monte volta al meriggio, benchè a grandi altezze, sia ridotta a pianerotti sostenuti da muri, e coperti da questo fecondo arboscello. I vigneti adunque, che disposti a guisa di anfiteatro coi loro bianchi muriccioli fanno lietissima corona alle terre lunghesso la valle, si dividono in migliaia di piccoli compartimenti».
Ed oggi ci resta ancora la testimonianza in tutto il fondo Valle, da Pont-Saint-Martin a Morgex, del duro lavoro di preparazione, di sostegno e di mantenimento del terreno destinato a vigneto: muri a secco e ripiani di antiche terrazze tappezzano i pendii valdostani, anche quelli più impervi, a volte strappando anche qualche metro di superficie alla roccia.
Purtroppo quante di queste terrazze, oggi, non ospitano più il fecondo arboscello, ma solamente sterpaglie, arbusti, cespugli, rovi e roverelle!
Nel 1870-1880, il presidente del Comice Agricole di Aosta, Louis Napoléon Bich, afferma: «la vigne est actuellement cultivée dans 38 communes de notre arrondissement, sur une superficie d'environ 3000 hectares. Son produit annuel, d'après la moyenne des dix dernières annèes, est de 42000 hectolitres, soit de 14 bectolitres par hectare».
Produzioni molto basse, come anch'egli sottolinea, riconducibili a diverse cause: in primo luogo l'usanza di associare o alternare alla vite la coltura di cereali, e ancora l'insufficienza o l'inadeguatezza delle tecniche viticole. Il Bich lamenta infatti gravi carenze di istruzione teorica e pratica, e auspica: «que nos viticulteurs soient persuadés des immenses avantages qu'on peut obtenir des meilleurs procédés pour la taille de la vigne; de l'importance dii défoncement réel du soI; des sarclages; d'un mode rationnel de plantation; des avantages de la taille verte, soit du pinçage, du rognage, de l'épamprage; du bon choix des cépages, de la maturation complète des raisins, (...)». Carenze numerose e ben definite, alle quali si devono aggiungere le ripetute  infezioni causate dall'oidio e dalla peronospora, rilevate in Valle d'Aosta rispettivamente nel 1848 e nel 1886.
Non dimentichiamo che nei secoli precedenti l'Ottocento, i nemici della vite - qualche insetto, qualche animale selvatico, muffa grigia - erano pochi e facilmente controllati.
A proposito della comparsa e dell'invasione dell'oidio in Valle d'Aosta, importanti e ricche informazioni furono riportate in una memoria manoscritta dal canonico Louis Gorret, archivista e membro fondatore della Société Académique de Saint-Anselme (cui fu iscritto anche il Gatta). Egli così annota nel suo manoscritto: «La maladie s'est manifestée la première fois à Donnas l'an 1848 et à Verrès l'an 1849; quelques-uns prétendent que des symptomes s'y sont dèjà montrés l'an 1847. Elle a gagné ensuite toute la Vallée. Dans la colline d'Aoste, l'oidium a été remarqué en 1850 pour la premìère fois».
Per quanto non esplicitamente asserita nel manoscritto, si intuisce come probabile la provenienza dell'infezione dal vicino Piemonte e la sua diffusione dalla bassa verso l'alta Valle.
Dal 1850 in poi gli attacchi parassitari del fungo furono così forti che per più di un decennio, principalmente nella bassa Valle, non si produsse vino o se ne produsse una quantità minima. Il prezzo dei vini locali subì conseguentemente un notevole aumento, che il Gorret si preoccupo di tradurre in cifre:«Avant  l'époque de l'oidium, les prix moyens des bons vins jeunes dans la haute et basse Vallée d'Aoste, étaient de 20 à 30 livres l'hectolitre où la charge. Depuis l'invasion de la maladie les prix ont naturellement haussé et sont montés à  40, 50 et jusqu'à 100 livres l'hectolitre. Les vins vieux ont suivi la meme hausse».
Le cose cambiarono daI 1863, anno in cui in Valle d'Aosta si iniziò ad utilizzare lo zolfo nei trattamenti contro l'oidio; la situazione andò allora lentamente migliorando, pur con diversi episodi di recrudescenza, da imputare molto probabilmente alla scarsa conoscenza diretta dell'agente infettivo e del suo ciclo biologico e quindi all'incapacità di intervenire in modo corretto e tempestivo.
Nella sua testimonianza il Gorret si sofferma anche ad analizzare minuziosamente i sintomi della patologia e tenta uno studio delle cause, ipotizzando un'origine animale del parassita, per analogia dell'efficacia dei trattamenti a base di zolfo tanto negli interventi contro «l'acaro delle galle» quanto contro l'oidio.
Al contrario di quanto si verificò per l'oidio, per la peronospora, dopo soli cinque anni dalla sua comparsa, si avevano chiare cognizioni sui trattamenti e sulle epoche d'intervento necessari per tenerla sotto controllo. Rivolgendosi ai viticoltori, il Bich scrive: «Sa première apparition dans notre Vallée date de 1886. Vous connaissez les caractères et les modes d'invasion de cette maladie (...). Les moyens de la combattre sont préventifs et curatifs et le seuI et unique remède reconnu efficace pour paralyser ses effets désastreux, c'est le sulphate de cuivre seul ou mélangé à d'autres matières. Je diviserai ces remèdes en pulvérulents et en solutions, selon qu'ìls sont appliqués en poussières ou en liquides. Les poussières consistent dans un mélange de 95 au 97 % de soufre raffiné avec le 5 au 3 % de sulphate de cuivre anglais, selon le cours de la saison et  le degré d'intensité de la maladie (...). Les remèdes en solutions consistent dans le mélange du sulphate de cuivre avec la chaux dans la proportion du 1 au 3 % selon la saison et le degré d'intensité de la maladie, qu'on administre au moyen des pompes irroratrices».
Solo sul finire del secolo scorso vengono combattuti efficacemente gli insistenti e continui attacchi fungini; il Bich, per porre rimedio alla ancora scarsa produzione di vino, auspica l'impianto di nuovi vigneti e suggerisce: «Les terreins incultes, susceptibles de se transformer en vignobles, sont présumés avoir une extension de 1260 hectares, et les propriétés cultivées en céréales, qui donneraient une rente triple si elles étaient plantées de ceps, ont une superficie de 1400 hectares environ. C'est donc 2660 hectares qui attendent l'oeuvre intelligente du vigneron pour se couvrir de pampres de vignes et donner des fruits en abondance».
Come si suol dire, erano altri tempi ..., e una quindicina d'anni più tardi, nel 1896, nei 38 comuni interessati dalla viticoltura, la superficie vitata sale da 3000 a circa 4000 ettari! Stranamente, stando agli scritti da me consultati, a questo aumento di superficie non corrispose un aumento della produzione vinicola, ma anzi una sua diminuzione, vale a dire una media di circa 28500 ettolitri, quindi di 7,1 ettolitri per ettaro!
Sull'attendibilità di questi dati e sulla possibilità che a fine '800 l'area vitata corrispondesse realmente a 4000 ettari, è lecito nutrire qualche dubbio: è probabile invece che il Bich, pur sottolineando l'esiguità dei raccolti, sia incorso in qualche errore, confondendosi o lasciandosi sfuggire qualche cifra.
E la fillossera all'epoca non era ancora arrivata in Valle d'Aosta! O meglio, pare essere sopraggiunta nello stesso 1896, come espone nella sua Relazione il titolare della Cattedra ambulante della provincia di Torino, Prof. Chiej Gamacchio: «La fillossera della vite, è noto che venne scoperta per la prima volta nella provincia di Torino, nell'anno 1896, dalle squadre del disciolto Consorzio Antifillosserico Subalpino, nelle vigne che stanno attorno al castello di Aymavilles, situato a pochi chilometri a ponente di Aosta. Pare che ad Aymavilles la fillossera fosse però stata importata da oltre dieci anni con viti infette provenienti dalla vicina Savoia. Nello stesso anno 1896, la presenza della fillossera, venne constatata in altri sette Comuni della stessa Valle d'Aosta, vale a dire nelle vigne di Aosta, Arvier, Charvensod, Introd, Saint-Pierre, Sarre e Villeneuve». Da questi comuni l'infezione si estese presumibilmente in tutta la Valle: nell'anno successivo infatti fu scoperta anche nelle vigne di Saint-Nicolas e di Gressan, sicché al termine del 1897 risultavano essere dieci i comuni nei cui vigneti era presente la fillossera. Nell'appendice della stessa Relazione, tra l'altro, Chiej Gamacchio sottolinea la gravità della minaccia dell'invasione filosserica, da parte dei succitati comuni della Valle d'Aosta, sul resto della provincia di Torino. Corre il dovere precisare però che già Bich paventava imminenti attacchi fillosserici e ribadiva l'importanza di ricorrere all'utilizzo di barbatelle innestate, nell'impianto o nella ricostituzione dei vigneti; ma in nessuno scritto, tra quelli da me consultati, Bich ha mai segnalato realmente la presenza dell'insetto in Valle d'Aosta, o i danni da questo prodotti sulla vite.
L'importanza della pubblicazione di Chiej Gamacchio risiede anche nel censimento dei vigneti valdostani, con tanto di delimitazione e di estensione della superficie vitata per ogni comune viticolo; scopriamo così, sommando i dati riportati, che gli ettari coltivati a vite, nel 1900, erano circa 707, ripartiti su 38 comuni.
Confrontando questa cifra con quella riferita dal Bich quattro anni prima, e ritenendole entrambe valide, si può concludere che i danni causati dalla fillossera, pur mai menzionati dal Bich, furono di una gravità catastrofica: 3293 ettari di vigneto andati perduti in un lustro o poco più!
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